sabato 5 agosto 2017

The Piper at the Gates of Dawn. Il giorno in cui la stella di Syd Barrett illuminò il cielo e l'esordio dei Pink Floyd.


5 agosto 1967. Un semisconosciuto gruppo rock britannico arriva nei negozi di dischi con un album dal nome quantomeno curioso: "The Piper at the Gates of Down". Il nome, per chi fosse curioso, è preso pari pari da un capitolo di uno dei libri preferiti dell'estroso e bizzarro frontman della band. Il libro è "Il Vento tra i Salici" e il frontman è Syd Barrett. E qui tocca subito fare un piccolo inciso.


Roger Keith Barrett (6 gennaio 1943 - 7 luglio 2006), al secolo Syd Barrett, il Diamante Pazzo del Rock è sostanzialmente l'Alfa e Omega di quest'album. La sua carriera, per i pochi che non lo sapessero, sarà effimera e tormentata e quest'album rappresenterà per lui il primo e unico acuto con la band che ha contribuito a fondare. Dopo le cose per lui andranno malissimo: disturbi mentali, abuso di droghe, depressione e abuso di farmaci ne segneranno la precoce fine artistica e la cacciata dal gruppo. 
Avrà ancora il tempo di incidere due bellissimi album solisti (The Madcap Laughs e Barrett), ma saranno i suoi due lampi di genio finali, strappati a forza dal mondo della follia e dell'alienazione nella quale Syd finirà per imbucarsi e da cui non farà mai ritorno. 
Ci sono poi gli altri. Per ora ancora "solo" gli altri dal momento che per carisma e talento sono tutti schiacciati dall'estroso Syd. Ma per ora Roger Waters, Rick Wright e Nick Mason sono solo comprimari.
Sappiamo come andranno poi le cose: Waters diventerà il leader della band e darà vita a diversi capolavori, Wright diventerà un pianista di grande caratura (e pigro ai limiti dell'assurdo) e Mason rimarrà un batterista scarso. Capiamoci: Mason suona in modo interessante fino ad Ummagumma. Già con Atom Heart Mother diventerà banale (nonostante l'album omonimo sia in realtà stupendo). 
David Gilmour arriverà solo qualche tempo dopo, ma questa è un'altra storia.




L'album dicevamo. Torniamo all'album e teniamo a mente Syd. E tenendo a mente che non intendo farne una recensione, ma solo un tributo.

Com'è quest'album? Oggi è un'opera di culto, ma musicalmente? Ovvero: Syd era davvero un musicista geniale? E può essere chiamato "genio" per un solo album (anche se in realtà sono tre..)? Oggi quest'album colpisce ancora? 
E premessa: chi scrive è un fanatico integralista dei Pink Floyd (fino a The Final Cut compreso) che non ha mai avuto interessi per aspetti diversi dalla musica. 

Andiamo con ordine.
"The Piper at the Gates of Dawn" a data odierna e a 50 anni di distanza dalla sua pubblicazione, rimane senza ombra di dubbio un capolavoro della musica psichedelica e del rock nel suo complesso e il miglior testamento possibile per Syd Barrett. 
E Syd con un solo lavoro dimostra di possedere più idee ed estro di intere generazioni di musicisti. Questo perchè non è solo di musica che stiamo parlando. 
Capiamoci: esistono chitarristi migliori di lui e anche cantanti molto più dotati. Quello però che lo rendeva unico era la concezione fortemente artistica della musica. Se infatti prestate orecchio ad uno qualunque dei brani di questo album noterete delle cose molto particolari ed evidente: l'avanguardismo del suono e la libertà della forma. Non era solo una questione di immagini, ma una vocazione artistica che vedeva nella musica una forma di espressione pura e liberamente reinventabile a seconda delle esigenze e del messaggio da trasmettere. 
Facciamo un viaggio in quest'album e capiamoci meglio.
"Astronomy Domine" è un brano di immane potenza immaginifica che dopo un inizio solenne viaggia libero per lo spazio. Sentirete una chitarra distorta adagiarsi su un tappetto intessuto dalle tastiere del grande Rick Wright (il famoso "tappetto di stelle" dei primi Pink Floyd, poi gradualmente abbandonato) e un basso insistente e martellante a definire l'unico denominatore comune, ossia il ritmo.

(Astronomy Domine) 


"Lucifer Sam", il brano che segue invece ci porta al concetto di avanguardia. Ascoltate il riff e pensate a questo: chi faceva Hard Rock nel 1967? Ah si....non c'era ancora l'Hard Rock. Blue Cheer e Led Zeppelin arriveranno l'anno dopo. 
Mano mano che avanzate il mondo va in pezzi, la logica scompare e la fantasia prende il sopravvento. Ti lasci trasportare da "Matilda Mother" e "The Gnome" nel Fantasy, ti immergi nell'acido di Flaming e ti lasci annientare dalla follia di Interstellar Overdrive senza poter reagire. E infine ti schianti contro il gustoso non sense di Bike.



(Interstellar Overdrive) 

Un'esperienza unica, un viaggio spossante ed esaltante in cui Syd non concede alcuno spazio alla banalità o alla ripetitività. Non c'è un solo ritornello fruibile, nessun riff riciclato, solo fantasia in movimento e puro estro.

Un album totale e imprevedibile che brilla della luce del suo principale e quasi unico autore. 
E un album a suo modo maledetto. Perchè se hai letto la storia di Syd Barrett non puoi provare una profonda tristezza ascoltando questo meraviglioso album e pensando a come siano poi andate le cose.
Fatto per strappare un sorriso finisce per commuoverti quando associ la voce sognante di "Matilda Mother" o quella onirica di "Chapter 24" agli agghiaccianti racconti di alienazione che caratterizzano la vita del loro autore. 

Sono passati 50 anni. Cinquanta cazzo di anni. Eppure oggi emoziona più di allora. La storia di un uomo gettato via come un calzino bucato commuove e commuove vedere come la sua musica ce l'abbia fatta, sia viva e abbia vinto la sfida col tempo.


(Matilda Mother)

Si, in pratica il discorso è tutto qui.
"The Piper at the Gates of Dawn" è un gran bell'album, certo. 
Ma soprattutto è la prova inattaccabile che quando dice la scienza è vero: nello spazio profondo le supernove si spengono velocemente, ma prima di spegnersi brillano in modo accecante.
E la loro luce è di una bellezza indimenticabile. 

SHINE ON YOU, CRAZY DIAMOND