venerdì 14 aprile 2017

Hawkwind. Tra viaggi lisergici e Space rock


E si, quello è Lemmy Kilmister, uno degli uomini a cui si deve la mia passione per la musica rock. Non avrei mai pensato di commuovermi, un giorno, davanti ad una sua foto.

Gli Hawkwind, per chi non ne avesse mai sentito parlare (verosimile), sono una band che ha dedicato gli anni migliori della sua storia allo Space Rock e, in modo molto più ruvido e semplice, al prog. Definirli "prog" in particolare può apparire forzoso se non si tiene conto che con questo termine si intende non tanto uno stile quanto un'idea, ossia quella di elevare il rock andando oltre quanto già proposto (magnificamente) dal blues, dal R&B e da altri generi che ne costituiscono la base essenziale. Una ricerca che ha avuto ad oggetto sia la musica che i testi e che quindi ha prodotto risultati molto diversi e spesso fruibili da parte di categorie di appassionati molto divergenti tra loro.
[segue lungo post]


Cerchiamo di capirci,
"Hawkwind", il primo acerbo (ma godibilissimo) album del gruppo, esce nell'agosto del 1970, ossia nello stesso mese e nello stesso anno in cui i Pink Floyd danno alle stampe Atom Heart Mother. Il confronto non ha senso di per se in quanto i due gruppi ricercavano qualcosa di differente, ma ha senso se si vuole far capire come uno stesso genere possa avere risvolti enormemente diversi.  
Se la cifra stilistica di gruppi come Pink Floyd, King Crimson o Emerson, Lake&Palmer (del trio di fenomeni prima devo scrivere qualcosa) era la ricercatezza, la pulizia del suono e i continui e ariosi cambi di sonorità e ritmo, quella degli Hawkwind è data dalla tematica fantascientifica dei testi, l'ossessività di una batteria martellante (efficace come nessuna e perfetta nel contesto, ma certo non vituosa), la ripetizione costante di uno stesso riff e l'improvvisazione assoluta, specie al sax, a spezzare tale ripetitività.
Dave Brock, il fondatore della band e unico elemento fisso del line-up. O anche detto "storia di un Hippy che amava il rock e la fantascienza". 

Se volete un esempio chiaro ascoltate, sempre dal primo album, "Be Yourself" (se anche voi amate i Pink Floyd ci troverete un attacco di batteria familiare, salvo poi trovare tutt'altro sviluppo all'idea iniziale) o la disturbante "Paranoia (Part 2)", brano non indimenticabile stilisticamente ma incredibilmente efficace. Più in generale ancora ascoltando il primo album troverete uno specifico riff martellato e ripetuto  pervasivamente come un mantra praticamente dal primo all'ultimo brano. 
E qui va spiegato perchè tutto ciò è affascinante: il resto della cifra stilistica del gruppo è la straordinaria abilità nella dimensione live e in quest'ottica va considerato l'intero repertorio. 
Brani come "You Shouldn't Do That" (15 minuti 15 di brano fondati su due soli accordi ripetuti allo sfinimento) o "Brainstorm"  (11 minuti molto hard arricchiti però da alcune imprevedibili variazioni sul tema che ne impreziosiscono il contenuto) assumono senso se si pensa alla loro riproduzione dal vivo, laddove il concerto oltretutto è un baccanale inesauribile di allucinazioni a base di acidi. 

Capiamoci però. 
Per complessità effettiva riprodurre dal vivo "21st Century Schizoid Man"(King Crimson), "Take a Pebble" (Emerson, Lake&Palmer) è una cosa, mentre riprodurre "Master of the Universe" è tutt'altro. 
Eppure questa considerazione mi piace fino ad un certo punto. 
Nessuno ha obbligato i Pink Floyd a scrivere "Echoes", brano di bellezza ineguagliabile ma molto complicato da riprodurre live. Lo hanno fatto perchè era quello che volevano e perchè avevano un approccio diverso ai concerti.
Il fatto quindi che gli Hawkwind avessero più a cuore la dimensione live che non quella di studio altro non è che un merito. Avremo avuto album meno raffinati, ma abbiamo goduto di concerti PAZZESCHI. Un baratto che in alcuni casi mi trova favorevole.
Stiamo parlando di concerti che duravano tre-quattro ore con brani portati avanti all'infinito e improvvisazioni pure all'interno di coreografie psichedeliche a base di luci e liquid light show (e non solo) alla perenne ricerca di nuove lisergiche frontiere. In questa dimensione assume tutt'altro senso anche il Sax di Nick Turner, strumento che in studio viene spesso lasciato in secondo piano, ma che dal vivo assume una dimensione completamente diversa e diventa anima viva dell'improvvisazione. 
Nick Turner è questo signore qui.
E oggi è ancora attivissimo.
Volete un esempio? Ecco, prendete il concerto che tennero al The Roundhouse di Londra nel 1972, poco dopo l'ingresso di Lemmy nel gruppo. e vi farete un'idea. Iniziarono a suonare alle tre di pomeriggio e finirono solo dopo mezzanotte, quando perfino il pubblico era oramai collassato. 

Stacia Blake. ballerina ingaggiata dal gruppo e una delle ragioni del grande successo che il gruppo aveva nei concerti. Artista, hippy, bisessuale dichiarata, si esibisce nuda o quasi. Un simbolo dei tempi e un manifesto contro un mondo bigotto. So che vi aspettate una battutina, ma io trovo affascinante il connubio. Erotico e affascinante. 




Ma oltre alla potenza "live", consegnata alla memoria e oramai passata, per quale motivo può valere la pena di ascoltarli oggi? 
Beh, forse mi affascinano ancora oggi perchè mi appaiono come un manifesto di un'epoca oramai andata e per questo molto affascinante. Un'idea onnicomprensiva della musica, capace di spaziare da un angolo all'altro dello scibile, mescolando blues, psichedelia, hard rock, sperimentazioni in salsa orientale, elettronica, folk, tastiere, violini, sassofoni e in generale qualsiasi cosa potesse emettere suoni strutturati. Un'epoca nella quale Ummagumma dei Pink Floyd arrivava al numero uno delle classifiche degli album più venduti pur essendo la cosa più lontana possibile dal concetto di "easy listening" (sul serio...."Sysyphus" e "The Grand Vizier's Garden Party" sono due degli artifici più barocchi della storia del rock) e dove i concerti potevano essere spettacoli con ambizioni artistiche che andavano oltre la "sola" musica.  
Ci sono stati molti interpreti, tutti diversi. Ma ognuno ha poggiato un tassello importante (a parte i Pink Floyd. Loro hanno tirato su le mura, messo a norma il soffitto e siccome avanzava talento si sono occupati anche del prato) e ognuno ha qualcosa di unico.
Gli Hawkwind si portano dietro tutto questo immenso calderone di suggestioni e il pregio di averle rese più fruibili ed immediate di altri gruppi. Non "migliori" o "più belle", ma diverse e in qualche modo uniche. 

Cosa vale la pena di ascoltare?
Secondo me (leggi bene: "secondo me") il meglio è stato dato nei primi anni, specie nel periodo in cui nelle loro fila ha militato Lemmy e prima che Dave Brook prendesse completamente il controllo creativo finendo per mettere all'angolo gli altri (Nick Turner in particolare).
Li vediamo: 

1970 - Hawkwind 
giuro che è la copertina originale... giuro... 
Come già detto non è il lavoro migliore della band, ma contiene già tutto ciò che andranno poi a riproporre nei lavori successivi. "Hurry on Sundown" è la premessa di tutto quello che sarà la loro musica, ma con un suono ancora da registrare sebbene già pieno di idee. Brano godibile, ma oscurato da "Be Yourself", massiccio brano di rock psichedelico che immette nel disco il riff martellante che accompagna i brani successivi e che trova sfogo nei due disturbanti capitoli di "Paranoia". Qui si percepisce già cosa intendo quando parlo di sound ossessivo e asfissiante. Per gusto personale trovo che il brano migliore dell'album sia "Seeing It As You Really Are", 10 minuti di viaggio spaziale tra atmosfere lisergiche e cupi passaggi degni dei Black Sabbath in un'alternanza continua di ritmi che conducono l'ascoltatore alla meta finale. Chiude "Mirror of Illusion", quasi un lato B del primo brano e che richiama molto delle origini blues pur senza rinnegare minimamente lo stile del resto dell'album.
A farne un sunto mi viene da dire che l'album trabocca di idee e propone già quel mix tra hard rock e psichedelia che li renderà famosi. Manca semmai l'equilibrio complessivo nei singoli brani, con momenti tirati troppo per le lunghe e altre suggestioni lasciate ancora sullo sfondo. Eppure ha un suo fascino e risulta un ascolto più che piacevole. 
Se dovessi dare un voto, per quel che vale (nulla!) direi un un 7- . Non darò altri voti. Non voglio dare voti. 

1971 - In Search Of Space
Ossia di come un album possa mettere tutto a posto. Perchè il loro primo lavoro fu un flop clamoroso e solo le straordinarie performace dal vivo salvarono il gruppo dall'anonimato. Era tempo di consolidare la propria posizione e con "In Search of Space" ci riuscirono alla grande tirandone fuori anche dei classici del loro repertorio.
"You Shouldn't Do That" è un pezzo figlio di un altro tempo. Il brano è retto da due accordi, gira attorno ad una batteria che martella con selvaggia monotonia e viene spezzato da alcune improvvisazioni di chitarra e sassofono. 
"You Know You're Only Dreaming", brano che segue, è l'opposto. Molto più acustico del precedente, lascia in sospeso l'ascoltatore e lo porta in un viaggio cosmico allucinatissimo, accompagnandolo con un cantato che richiama immediatamente alle interpretazioni di Ozzy Osbourne e ai Black Sabbath (che l'anno prima avevano dato alle stampe quella cosina di nome "Paranoid", così per dire...).
Questa similitudine con i Sabbath è evidente anche in "We Took the Wrong Step Years Ago" e "Children of the Sun", brani molto meno spinti sull'acceleratore e che rappresentano il meglio dell'album. Attenzione però: non è una questione di stile in se e per se, quanto di suggestioni e di richiami. Voglio dire che questi brani non sono la copia di "Planet Caravan" o di "Warning". Gli Hawkwind restano se stessi e mantengono il loro stile, la similitudine semmai sta nell'impostazione del cantato e al richiamo a specifiche atmosfere.
Il pezzo forse più famoso dell'album è "Master Of The Universe". Inizio meravigliosamente arrogante a basa di chitarra, basso pastoso e synth a riprodurre il suono del motore di un'astronave. Lo sviluppo segue queste linee in un susseguirsi di incontri con civiltà aliene, pianeti e angoli inesplorati del cosmo.
In sostanza l'album evidenzia un passo avanti e una maggiore consapevolezza nello stile e nell'esecuzione. Forse alcuni pezzi sono ancora sbilanciati nel loro complesso, ma qui rientriamo più nel campo dei gusti personali che non in quello della critica musicale.
L'album, per la nota, sarà anche un buon successo commerciale.

1972 - Doremi Fasol Latido

Facendo uso consapevole delle parole possiamo dire che questo è il "capolavoro" artistico di Brock e Turner e l'album più siderale della storia degli Hawkwind. Presenta il primo brano composto interamente da Lemmy Kilmister (ingaggiato nello stesso anno) ed è il primo concept album del gruppo (ovviamente è una storia di fantascienza) che verrà scritto in collaborazione con il poeta sudafricano Robert Calvert (che aveva già lavorato con loro ad alcuni brani in passato e che sarà poi sostituito in futuro da Michael Moorcock, salvo poi rientrare nella band con le vesti di....cantante!).
La somiglianza con il predecessore è evidente, solo che si arriva al perfezionamento decisivo. 
"Brainstorm" ricalca apertamente "You Shouldn't Do That", ma risulta molto più raffinato. L'attacco è perfetto per un brano hard-rock, ma il seguito diverge radicalmente dal tema lasciando spazio a musica elettronica, chitarre libere di muoversi come desiderano e il solito sax a improvvisare. Tema di fondo ovviamente un viaggio tra le stelle, con tanto di vortici spaziali e buchi neri da cui fuggire. Un trip, stavolta senza compromessi e limiti. 
Si percepisce già da qui un maggior equilibrio tra le parti che compongono i singoli brani al punto che ora sono piuttosto ben bilanciati. 
"Space Is Deep" è un brano talmente bello e talmente suggestivo che non ve lo descrivo. Ve lo ascoltate: 





Non è tanto quella chitarra, non è tanto il cantato ruvido. È quel synth. E l'ordalia magica del finale dove tutto è perfettamente al suo posto. Si, questo è uno dei miei brani preferiti in assoluto. 
"Lord Of Light" è dominata da un giro di basso rabbioso e potente. Talmente dominante che se provate a eliminare mentalmente la psichedelia quello che resta è un brano dei Motorhead. Non mi fa impazzire, ma resta un brano da ascoltare. 
"Down Through The Night", la bluseggiante "Time We Left This World Today" (con tanto di chitarra tirata fino allo stremo e passaggio quasi rappato) e l'acustica "The Watcher" (tirata quasi a fatica dalla voce di Lemmy che qui suona la chitarra acustica) chiudono l'allucinante/lisergico viaggio tra le stelle. 
Le suggestioni sono immense, la mole di idee espresse è sconfinata, la resa fantastica. Un passaggio fondamentale per un amante dello space-rock. 

P.S: nella versione attuale sono stati inseriti altri due brani che al tempo erano stati pubblicati come singoli. Si tratta di "Urban Guerrilla" e di "Brainbox Pollution".
Il primo è un colossale dito in media a tutti coloro che "il rock fa schifo, non dice un cazzo, solo il punk comunica qualcosa a livello sociale". Persone che, per dire, non hanno mai ascoltato neppure Beggars Banquet. Il secondo invece è un piacevolissimo riassunto di tutte le influenze stilistiche di Brock&soci. 

1974 - Hall of The Mountain Grill

Dopo l'enorme album live "Space Ritual" (un concerto incredibile che ovviamente consiglio di recuperare) è ora di tornare in studio. 
Nel frattempo il line-up ha subito delle modifiche (tra cui l'abbandono temporaneo di Calvert), ma ha acquisito ugualmente spessore con l'ingaggio di Simon House, polistrumentista a cui viene affidato il compito di suonare violino e tastiera. 
questo bell'omino qui. Che per suonare un violino non serve lo smoking. Bastano le mani, un orecchio buono e tantissimo impegno.
Inutile dire che l'influsso del nuovo elemento si sente eccome e in maniera molto marcata. Lo stile del gruppo resta quello ed è facilmente riconoscibile, ma ora è un po' più leggero ed elegante, con un cantato che si fa più etereo e sottile e una batteria che esce dall'ossessiva ripetizione delle stesse martellate furiose dei primi album per concedersi qualche momento di accompagnamento decisamente più strutturato. In sostanza, pur essendo legato all'ortodossia dell'"Hawkwind Sound", è un lavoro più elegante e per questo molto interessante. 
L'album si apre con la hit dell'album, ossia "Psychedelic Warlords", brano che esplicita quanto appena detto. Chitarra molto meno "grezza" (AKA: meno ruvida, ma sempre molto rock) e synth a dominare su tutto per un risultato finale molto e convincente e trascinante.
"Wind Of Change" si fa strada con il rumore bianco, riproduzione del suono di un motore spaziale, ed  è un trionfo di cori (i primi) e violini in un crescendo fantastico e ti porta ad esplorare gli stessi angoli remoti del cosmo dei lavori precedenti, solo che stavolta non c'è alcun ritmo ossessivo o martellato, solo grazia. 
"D-Rider"procede sulla stessa falsariga. È uno di quei pezzi misteriosi tipici dello Space-rock, basati sull'atmosfera e sulle sensazioni che vanno a creare. Da notare i cori inseriti nel momento perfetto e una chitarra che pure nella ripetizione di pochi riff risulta quasi delicata. 
"Web Weaver" propone una divertente e riuscita alternanza tra pianoforte, chitarra acustica e l'immancabile synth. Per la nota: tutti i brani visti finora erano impensabili alla luce dei lavori precedenti, segno di una certa evoluzione. 
Quello che viene nel trittico finale è forse la parte che preferisco. 
"You'd Better Believe It" altro non è che "Doremi..." in versione meno martellata, rivista e rieducata, ma ugualmente incalzante e cantata a piena potenza, mentre la title-track spicca per la sua vocazione elettronica e prettamente atmosferica. 
E arriviamo a "Lost Johnny". Il brano è di Lemmy. l'approccio è quello di Lemmy e spacca come un qualunque brano del miglior Lemmy (la riproporrà poi in una versione molto più feroce con i Motorhead). Ma più che altro direi che vi conviene ascoltarvela direttamente:

....se vi avanza tempo anche la versione di Motorhead, selvaggia, ruvida e senza compromessi (cioè esattamente quello che erano i Motorhead). 
L'album si chiude con "Goat Willow" (ultimo brano scritto dal tastierista Del Dettmar, che sarebbe poi tornato a collaborare con Nick Turner negli anni 2000, ma questa è un'altra storia) e "Paradox" che continuano sullo stesso solco. 

1975 - Warrior on the Edge of Time

Intrigante. L'aggettivo che mi viene subito in mente per descrivere quest'album è proprio questo. Intrigante.
Un po' per il concept in se, ispirato alla saga del Campione Eterno di Michael Moorcock. Un po' perchè lo stesso scrittore prende parte all'album prestando la sua voce narrante a due brani.  
E infine perchè mi viene da dire che si tratta dell'album di studio meglio prodotto (a livello di qualità di registrazione) della loro carriera e uno dei migliori risultati delle loro sperimentazioni. 
Da qui in poi sarà dolore. Nel senso che la band, complici anche una lunga sfilza di defezioni, si orienterà verso un approccio molto pop, vagamente proto-punk e definitivamente non prog, riciclando quanto già fatto e cercando di agganciare i binari di un sound più commerciale. Nulla di male ad essere onesti, solo che semplicemente non rientreranno più nei tuoi gusti (a livello di vendite invece rimarranno circa allo stesso discreto livello). Ma veniamo alle traccie contenute nel disco. 
"Assault and Battery (Part 1)" e "The Golden Void (Part 2)" introducono l'ascoltatore in una dimensione parallela e dove gli Hawkwind raggiungono le loro più alte vette sperimentali. Il secondo brano in particolare, grazie ad un cantato incalzante e potente, è uno dei migliori momenti della loro carriera. 
"Demented Man" invece rappresenta forse il raggiungimento di un traguardo. Mi spiego. Una voce eterea sovrasta il canto dei gabbiani, accompagnata da una chitarra acustica, un mellotron e il solito fantastico synth. Gli Hawkwind non saranno mai più così prog e onirici e per questo il brano rappresenta uno dei loro apici assoluti.
Ecco, poi arriva il brano che mi intriga di più, al secolo "Magnu". Non è una canzone, è un delirio controllato e armonico che deraglia verso un finale allucinante e volutamente quasi disarmonico. Voglio spiegarmi bene. Una batteria in pieno stile Hawkwind accompagna chitarra e basso che partono forte salvo poi lasciare spazio ai due protagonisti del brano, ossia al sax di Nick Turner (a cui spettano le variazioni sul tema) e al violino di Simon House (che qui è davvero pazzesco). Brock e soci mettono in scena sette minuti di musica orientaleggiante e acidamente lisergica a metà tra alienazione e ipnosi onirica. Per farla semplice credo che questo pezzo sia spettacolare. 
Altri brani meritevoli di menzione sono "Spiral Galaxy 28948" (un viaggio nello spazio profondo) e "King of Speed". 
Segnalo infine che l'album contiene anche una bonus track. Si chiama, pensa un po', "Motorhead", è stata scritta da Lemmy e rappresenta l'ultimo contributo del grande selvaggio del rock alla band. 
Subtrivia: Lemmy, nello stesso anno verrà arrestato durante un tour nel Nord America causa possesso di anfetamine. La detenzione durerà a lungo e obbligherà il gruppo a saltare diverse tappe, Qui le versioni però differiscono a seconda di chi racconta la storia. Però una teoria di base c'è. Lemmy è stato un idolo perchè è stato forse l'uomo più rock della storia del rock. Uno che declinava "sesso, droga e rock and roll" nella vita di tutti i giorni, in modo selvaggio, incondizionato e genuino. E uno così non è facile da gestire. Anzi, diciamo pure che è incontrollabile e ingestibile.  
Però.
Però come frontman...beh, cazzo, come frontman era un fottuto dio del Rock.

Quello che ci avanza da dire è che il cambiamento fu abbondatemene sottovalutato. Non è questione di stile, ma di equilibrio. 
Un gruppo fondato sulla coesistenza di molte sonorità diverse e sul lavoro di amalgama ha equilibri precari, spesso fortunosi. Basta poco a far venire giù tutto. La principale ragione per cui agli Hawkwind successe solo in parte fu per la determinazione di Brock e la presenza di Calvert come vate ispiratore. 


L'epoca di Robert Calvert (1976-79)

Nel 1976 esce il non riuscitissimo "Astounding Sound, Amazing Music", primo tentativo verso un cambio di stile rivisto alla luce delle nuove tendenze musiscali di quegli anni. Dove per nuove tendenze leggete pure la parola "Punk". Di quest'album ricordo solo tre cose tra loro completamente diverse:
1) la copertina orrenda, No, veramente orrenda;
2) le piacevoli "Steppenwolf" (grazie all'improvvisazione del Sassofono e alcuni pregevoli passaggi di violino) e "Kerb Crawler", ossia le sole due canzoni che mi siano davvero piaciute in tutto l'album;
3) il fatto che questo è l'ultimo album con Nik Turner. Di li a poco lui e Brock litigheranno parecchio fino a che il sassofonista non deciderà di levare le tende. O verrà cacciato. La questione è incerta. 

Le intemperie però non fermano la band che va avanti imperterrita, pubblica un nuovo singolo di buon successo. "Back on the Streets" e da alle stampe un nuovo album. E, cosa forse non scontata date le premesse sarà un ottimo album. 

1977 - Quark, Strangeness and Charm
Dei buoni album del gruppo è quello che ho ascoltato meno, ma solo per questioni di tempo o ragioni di gusto personale. L'album ebbe successo per via di un suo avvicinamento agli stilemmi del punk (*) pur nella salvaguardia delle radici prog. Piccola nota a margine: la voce non è di David Brock, ma di Robert Calvert. Da poeta a frontman, come già avvenuto in alcuni brani del passato (Urban Guerrilla e il brano cult "Silver Machine").

in ordine da sinistra verso destra: Robert Calvert, Ade Show, Simon King, Dave Brock e Simon House. Il line-up del 1977. 
Ci sono dei gran bei pezzi. "Hassan-I Sabbah", "Damnation Alley" (dove le parti un tempo dedicate a Turner vengono consegnate a Simon House per farne ciò che vuole, cosa che si rivela molto saggia) , "Spirit of the Age" e "The Iron Dream" meritano tutte un ascolto. L'evoluzione verso lidi maggiormente pop è manifestata dalla presenza di brani decisamente orecchiabili e in generale piacevoli. Le variazioni un tempo lasciate a Turner sono ora lasciate alla chitarra con esitti decisamente pregevoli e offrendo una maggiore omogeneità nel sound. In aggiunta va detto che Calvert se la cava benissimo nelle vesti di frontman e offre un'ottima prova e che la batteria ha subito un cambio radicale passando dalle denotazioni dei primi album ad un drumming più ricercato.
Non è solo una questione di fruibilità però. Nonostante un impoverimento del suono a livello di complessità e quantità (il Sax di Turner e il basso omicida di Lemmy non sono cosucce che si sostituiscono facilmente) lo stesso risulta ancora piacevolmente ricercato e felicemente aggiornato. Unica pecca: non si tratta di Space Rock, o almeno non quello lisergico a cui eravamo abituati. 
Ribadisco: è un ottimo album, uno dei loro migliori lavori, ma anche il primo dove la sperimentazione sembra cessare per lasciare spazio alla fruibilità. Ma fate una cosa: ascoltatelo e fatevi liberamente la vostra idea. È un album diverso nell'approccio e nei fini e anche per questo merita di essere ascoltato.

Arriveranno altri due album targati Robert Calvert, ossia "25 Years On" (1978) e "PXR5" (1979), esempi vistosi di album a metà tra il vecchio e il nuovo.
Del primo non conservo un grande ricordo. Orecchiabile, retto da sonorità troppo leggere, ammiccamenti pop-dance e coretti canticchiabili. Si ascolta senza impegno, non infastidisce, ma neppure emoziona più di tanto. Accettabile, ma non indimenticabile. Nota a parte però per "Free Fall", bel brano retto da una chitarra insinuante e dal ritmo molto più serrato.
"PXR5" è diverso. Nel senso che invece rappresenta un album pieno di spunti di interesse. Magari spunti non portati a totale compimento, ma pur sempre capaci di rubarti qualche minuto della tua vita.


Si parte con l'aggressivo e incalzante di "Death Trap" (grande chitarra), brano punk che non concede un solo momento per prendere fiato. Segue "Jack of Shadows", che pur ritornando alle linee sonore dell'album precedente riesce ad essere convincente evitando un eccessivo scivolamento verso il pop-rock. "Uncle Sam's on Mars" è semplicemente un gran bel pezzo, dove si sente tutto ciò che gli Hawkwind sono stati in quegli anni. C'è lo Space Rock, ci sono le suggestioni fantascientifiche dei primi album e si sente tutto quello che il gruppo ha cercato di fare dal 1976 ad oggi. Non è il loro brano migliore, ma è una delle migliori sintesi tra stili e influenze che abbiano mai prodotto e un esempio calzante di Punk-Rock. Facciamo che ve lo ascoltate:


Seguono la delicata "Infinity", dominato dal synth e pescato da qualche album del passato (tutto molto bello), la bellissima "Robot" per cui vale lo stesso dicorso fatto per "Uncle Sam's..." (ossia rappresenta un perfetto punto di arrivo tra le varie influenze stilistiche della band), "High Rise" dove per la prima volta prorompe un organo elettrico e la conclusiva "PXR5" che chiude l'album sulle stesse sonorità di come è iniziato. Un album più che discreto e a tratti anche intrigante.
Sarà l'ultimo di Calvert. Il poeta-frontman lascerà il gruppo per problemi di salute. In sostanza soffriva di disturbi mentali e la scelta di lasciare la scena fu finalizzata ad evitare un totale degrado mentale. In pratica una saggia misura preventiva.
La storia degli Hawkwind però non si fermerà neppure qui.
Ciò nonostante, anche alla luce di alcuni buoni lavori successivi, con questo abbnadono si chiude l'epoca più interessante della loro storia. Del resto parlerò, ma in futuro.


Concludendo
Bene, mi fermo qui.
Le mie impressioni le avete lette e il mio parere ora lo conoscete.
Se volete, se avete tempo e se vi interessa ascoltateli. Se no amici come prima. 
Anche perchè la vita è troppo breve per farsi condizionare dai gusti del primo blogger che passa. O no?







Nota a margine
(*) Per chi non lo sapesse: io odio il punk. Ne odio sopratutto la stupida natura del "noi contro tutti" e dell'espressione di protesta fine a se stessa. Quando John Lydon si presentò con la maglietta "I Hate Pink Floyd" dimostrava semplicemente una ignoranza totale. Proprio i Pink Floyd che avevano prodotto due album di enorme contenuto e critica come Dark Side of The Moon e Wish You Where Here? Di tutti i grandi del prog proprio con l'immenso, nevrotico, liricissimo Roger Waters te la vai a prendere? Tanto che lo stesso cantante qualche anno dopo chiarì la sua posizione spiegando che...beh.. che non odiava affatto i Pink Floyd.